Informazioni

Mostra unità geografica Konitsa

Zona che ha una civiltà particolarmente tecnica, Konitsa si caratterizza dall’avere dei gruppi di tecnici, incisori in pietra, pittori e decoratori di immagini sante. Il paesaggio naturale con le sue nobili montagne, sentieri difficili da penetrare, fertili vallate ed acque tumultuose, stimola ogni visitatore con la sua raggiante bellezza e serenità.
L’intera zona è racchiusa da una caratteristica montagna a forma di ferro di cavallo che circonda la valle di Sarantaporos a nord, la valle di Aoos ad est ed il bacino di Konitsa.

Descrizione delle caratteristiche geografiche

Nella regione si trovano dei notevoli complessi montani, come il Grammos (alt. 2,520 m) che forma un muro montuoso a nord ovest al confine con l’Albania e che comprende le cime di Kamenik (alt. 2,043 m), Gkolio (alt. 2,043 m), Mavri Petra (alt. 2,431 m), Perifano (alt. 2,242 m), Farmakis (alt. 2,139 m), Epano Arena (alt. 2,192 m) e Kato Arena (alt. 2,075 m) a nord, Gkamila (alt. 2,497 m) a sud. Ad est c’è la seconda montagna più alta della Grecia, Smolikas (alt. 2,637 m), mentre sopra alla città di Konitsa c’è il monte Trapezitsa (alt. 2,022 m).
Il fiume Aoos è il principale elemento acquatico della zona insieme ad i suoi grandi tributari, Sarantaporo, Voidomati, Gorgopotamo ed ai numerosi ruscelli, forma un paesaggio anaglifico. Dal punto di vista geotettonico, la zona di Konitsa appartiene alla zona di Pindos, coi suoi primari elementi morfologici che sono le catene montane in calcare caratteristiche dei paesaggi alpini, con vette appuntite che in genere sono ricoperte da foreste fino all’altezza di 2,000 m e da un bacino a fosso che consiste di formazioni rocciose di flysch alluminoso. Queste formazioni rocciose alluminose sono facilmente portate via dalle acque che straripano e causano fenomeni erosivi.
Quattro grandi zone a Konitsa sono state catalogate come zone che fanno parte della rete protetta di Natura 2000. Si tratta delle cime di Vasilitsa, dei picchi montani di Grammos, del Parco Nazionale di Vikos – Aoos e delle vette montane dello Smolikas. Una grande parte della zona di Konitsa è compresa nel Parco Nazionale del Pindos del Nord.

Significato storico e culturale dei ponti di pietra

La parte maggiore d’ Epiro consiste di corpi montani, lasciando solo poche scelte agli abitanti su come vivere la propria vita. Il commercio e la pastorizia erano due delle scelte principali disponibili. Qualsiasi delle due fosse stata scelta, essi si sarebbero dovuti spostare attraverso le inospitali e difficilmente superabili pendici del Pindos. Esisteva dunque una grande richiesta di collegamento tra le sponde dei fiumi in modo che le carovane di commercianti di passaggio, gli abitanti i tecnici e le mandrie potessero attraversarle. Durante il 18° ed il 19° secolo fiorì il commercio coi Balcani, Vienna, la Turchia e l’ Egitto.
Un’alta concentrazione di ponti si trova nell’ Epiro, ovviamente a causa della sua geomorfologia (grandi corpi montani e molti fiumi), così come a causa del bisogno dei suoi abitanti di viaggiare. I tecnici (mpouloukia - kioproulides) che in maggioranza vivevano vicino ai luoghi di lavoro contribuirono grandemente alla loro costruzione.
Partecipando in maggior parte con piccole donazioni alla costruzione ed al restauro dei ponti contribuirono grandemente alla nascita di queste costruzioni che sono ancora conservate ai giorni nostri.
I gruppi d’Epiro “mpouloukia” (es. squadre di costruttori ambulanti) costruirono dei veri e propri capolavori e la loro fama si diffuse così rapidamente nell’intera area dei Balcani. Avevano il loro linguaggio, koudaritic, in modo da proteggere la loro arte, ed anche una stretta gerarchia al loro interno. I gruppi che costruirono i ponti venivano chiamati “kioproulides” (es. Costruttori di ponti dalla parola Turca “köprü”) – [A. Petronotis 2000]. Il maestro costruttore o “kalfas” (es. L’architetto funzionale) era il leader del gruppo e doveva trovare lavoro e progettare la struttura. Agiva anche come guardiano, essendo sempre presente quando avveniva il lavoro per quanto riguarda le fondamenta, gli angoli (dove le pietre si “incastravano”) e le sfaccettature, ed aveva anche il compito di effettuare i pagamenti al resto dei membri della squadra. I segreti del mestiere passavano da padre a figlio e va notato che i “kioproulides” erano molto rispettati dai Turchi.
I finanziamenti per i progetti che riguardavano la costruzione dei ponti in pietra in genere provenivano da ricchi benefattori o da istituzioni, da ufficiali Turchi o da uomini della chiesa. Più raro era il fatto che interi villaggi raccogliessero dei capitali tra I propri abitanti per costruire un ponte che sarebbe servito alla zona ed alle loro necessità di spostamento, persino agli abitanti più poveri che non avevano abbastanza per andare nei luoghi dove lavoravano. Le migliori offerte finanziarie in genere venivano accettate ed il gruppo che le aveva fatte prendeva in carico il progetto.
Il ponte in genere riceveva il suo nome da quello del benefattore o dal luogo. In molti casi prendeva anche il nome dell’ultima persona che lo aveva restaurato, ma era molto difficile che prendesse il nome del capomastro.

Galateo e costumi sui ponti di pietra

all’epoca, che nei secoli ha avuto varie abitudini associate alla costruzione dell’edificio.
Iniziando dalla base, quando i costruttori scavavano per le fondamenta e piazzavano le prime immorsature, macellavano un animale (kourbani) in segno di buon auspicio (anteti), ed esistono molte storie e costumi dell’epoca che si riferiscono anche a sacrifici umani.
Spesso venivano gettate delle monete d’oro e d’argento nelle fondamenta per augurare il meglio.
Le monete le prendeva il maestro costruttore (dopo averne lasciate alcune nelle fondamenta). Al termine c’era l’abitudine da parte dello ziafeti, di inserire del vigoroso metallo con sfachto. Le donne tagliavano dei rametti di sanguinella e li appendevano alle entrate principali delle case, significando che gli uomini quando erano partiti erano forti come la sanguinella e sarebbero tornati allo stesso modo. La squadra si formava prima dell’alba. Tutti i parenti si mettevano da un lato della strada in posizione adatta per salutare e se la squadra perdeva, la famiglia se ne tornava al villaggio. Tornando a casa, le donne lasciavano scorrere l’acqua per la strada secondo tradizione, per lasciare le impronte in modo che il capomastro ritrovasse la sua strada. La partenza della squadra rappresentava un evento pieno di emotività, mentre il ritorno dall’altro lato, estremamente felice. La data di ritorno era conosciuta. L’intero villaggio attendeva per salutare la squadra con gioia, cantando canzoni, fare bisboccia e mangiare. I costruttori tornavano con doni per i familiari.
Una processione di matrimonio. Quando si trovavano di fronte ad un ponte, gli strumentisti si fermavano e smettevano di cantare, lo sposo e la sposa erano in groppa a dei cavalli, mentre gli altri, in silenzio ed in modo austero camminavano lentamente da un altro lato. Si credeva che se questa usanza non fosse stata seguita, sarebbe avvenuta un’infestazione, dato che si capiva la differenza esistente tra il mondo e quello sotterraneo, il quale avrebbe abbandonato la presa, ed avrebbe cominciato a lamentarsi, forse ed a ballare, in modo che il ponte si sarebbe potuto muovere con un fruscio e avrebbe potuto crollare in acqua.

 

 

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